“Saremo mare e torre”, il mio racconto su ‘Libreriamo’

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Torre Specchiolla, Casalabate (Le)                                                                   Foto di Giuseppe Bello Roma

 

Saremo mare e torre

L’energia del mare Adriatico che batte copiosamente sugli scogli. Mi piacerebbe possederla. Quest’ammasso d’acqua, a tratti calmo, ad altri rabbioso, sembra amare l’abitudine, a differenza di me. Io dinanzi alle abitudini scappo ma, al tempo stesso, fuggo dalle novità. Mi mettono ansia, paura, non saprei.

Sarebbe anche tempo di smetterla e magari fare come quel gabbiano laggiù, che ha puntato la sua preda e andrà sino in fondo. Io, invece, mi fermo sempre un po’ prima, quasi allo scadere del match. E ricomincio, palla al centro. Chi ci sarà dall’altra parte stavolta? Chi sarà l’avversario di turno? Intendo sfidare soprattutto l’amore. Sì, proprio in questo modo (…)

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Ringrazio Giuseppe Bello Roma per la stupenda foto!

 

L’ingiusto ruolo degli abbracci

È così in coppia. Gli abbracci finiscono nel dimenticatoio, vengono ripescati solo in casi di estrema necessità, assumendo, all’occorrenza, l’ingiusto ruolo. Ti abbracciano per consolarti, rincuorarti, salutarti, dirti addio. Che crudeltà. L’abbraccio dovrebbe scendere in campo solo per le cose belle.

Un pensiero tratto dal mio racconto “Sogni Pizzicati

Sogni copertina

Per saperne di più seguite la pagina Facebook Sogni Pizzicati di Veronica Notaro

Vorreste acquistarlo? Chiedete pure informazioni! 

😀

Un mio racconto: ‘Chissà’

Chissà

Chissà se il calcio esiste anche qua, oltre il filo spinato, il fumo scuro in cielo, la polvere grigiastra che copre ogni cosa. Chissà se troverò qualcuno che ci pensa ancora al calcio, nonostante la fatica, l’umiliazione, il duro lavoro, la fame, la morte accanto.

Se ci fosse un pallone, anche malconcio, come me, te, come tutti qua dentro, pur senza righe addosso, né stelle cucite, chi avrebbe la forza di giocarci?

Chi riuscirebbe ad assaporare la libertà di un calcio alla sfera, il brivido di un possibile goal? Chi, col volto scavato, le gambe sottilissime e lo sguardo cupo di dolore e rassegnazione, vorrebbe ricordare i bei tempi passati sui campi da gioco più o meno improvvisati?

Qui forse è meglio dimenticare la vita precedente. Eppure, credo che ci sarà qualcuno disposto a non scordare quel che è stato e che, anzi, proprio grazie al ricordo riesce a tenere viva la fiamma della speranza, come faccio io.

Mio padre ha sempre amato il calcio, da ragazzino ci ha pure giocato per poi mollare tutto. In famiglia erano sei figli, lui il più grande e fu costretto a pensare a cose più ‘serie’, come il lavoro e il pane da portare a casa. Mi sembra di rivederlo, incoraggiarmi a tirare più forte, a drizzare il piede, a metterci maggiore precisione. Sì, lo vedo, ma è solo un’ombra, una visione sbiadita. Non riesco più neppure a vedere il me stesso di qualche mese fa, sorridente, allegro, col pallone attaccato ai piedi e i sogni sulla testa.

 

Un mio racconto: ‘La forza del cinema’

La forza del cinema

– Ero bella, sai?

– Lo sei ancora nonna.

– Sarà, ma sono cambiata. Anche il cinema è cambiato. Quello di un tempo aveva tutto un altro sapore. Che gioia recitare, mentre fuori dalla campana dorata dei set si scatenava l’inferno!

– Non è stato facile recitare durante la guerra, vero?

– Lo è stato, invece. La vera difficoltà stava nel vivere la quotidianità, senza finzioni. Fame, miseria, umiliazioni, e non solo. La paura era perennemente dietro l’angolo.

– Ma tu non hai vissuto tutto questo, o meglio, lo hai vissuto da privilegiata, credo.

– Certo, sono stata fortunata, non ho patito la fame e la povertà assoluta. Ma ho comunque sentito, visto, sofferto. La guerra non colpisce mai solo un uomo o una donna, bensì l’intera umanità.  Indossare corpetti, bustini, abiti meravigliosi, orecchini di perle, foulard, cappelli maestosi, e farmi creare boccoli d’oro per incorniciare il mio bel viso astuto, affascinante e leggermente paffuto (sì, perché la bellezza di quegli anni era più vera e genuina di quella attuale) mi faceva dimenticare, per qualche ora, l’orrore che persisteva fuori.  Mi proteggeva, mi diceva ‘ora sei una principessa, fai il tuo dovere, ossia vivi nel lusso. Domani sarai una crocerossina e aiuterai il prossimo. E poi diventerai altro ancora’

–  Che forza!

– Sì, la forza del cinema, che riflette ciò di cui uomini e donne necessitano in un determinato momento. Che poi, si sa, sono i soliti valori sempre ben accetti: sogni, speranze, amore e serenità.

 

Un mio racconto sulla…birra!

Ciao 🙂

ecco qui un racconto che ho scritto per un concorso sul tema della birra. Vi va di leggerlo?

 

Gli occhi su di lei

L’oro liquido cola nel boccale, stridendo con la poca eleganza del bicchiere. Ma non sempre ciò che si beve rispecchia necessariamente lo strumento atto ad accoglierlo. Il boccale, alto, cristallino, pieno nelle sue forme, con fierezza ospita la bevanda che, senza vergogna né timidezza si spoglia di ogni dubbio, sgorgando tra le pareti di vetro.

Sembra voglia dire chi comanda e mettere a tacere ogni possibile maldicenza. La mano che la versa  dolcemente è delicata, morbida, ma sicura e decisa. Lunghe dita affusolate, unghie lucide e laccate di rosso, un grande anello d’oro, della stessa tonalità della birra, con al centro un rubino.

Il suo gesto calmo e premeditato zittisce il brusìo in sala. Gode nel leggere con gli occhi grandi e scuri quell’interesse verso un’azione così semplice e naturale, come versare della buona birra.

Non osa immaginare cosa accadrà quando la porterà alle labbra…tant’è che abbandona qualsiasi ipotesi e agisce, portando alla bocca il pesante boccale.

Le labbra, ovviamente rosse, afferrano il bordo spesso del particolare bicchiere e salutano con un sorriso ciò che contiene.

Il gusto le invade ogni singola parte delle labbra e della bocca. La sete presente in gola viene immediatamente placata, in un susseguirsi di sapori e sensazioni: ora la dolcezza, poi l’asprezza, in un’alternanza di divina poesia.

Alza lo sguardo, posa il boccale e nota, priva di stupore, che tutti, uomini e donne, al di là del bancone, la fissano ammaliati e rapiti, come se non ci fosse intorno scena più meritevole di quella. Sì, proprio lei che beve birra.

Rossa in volto, con le tempie pulsanti, ricorda di non amare attirare troppo l’attenzione. Eppure si gode soddisfatta l’istante: gli sguardi sono tutti per lei, per le sue movenze, il suo modo di versare e consumare. E, in quel momento, si sente dello stesso colore della birra e ne assume la forma sinuosa, avvolgente, ribelle e attraente.

 

Il rigore più lungo del mondo

Il rigore più lungo del mondo? Lo racconta Osvaldo Soriano, giornalista e scrittore argentino (Mar del Plata, 6 gennaio 1943 – Buenos Aires, 29 gennaio 1997) in uno dei suoi racconti più famosi e apprezzati, pubblicato nel ’95 in Italia da Einaudi, all’interno della raccolta Pensare con i piedi.

Il racconto in questione si intitola proprio Il rigore più lungo del mondo e fa sognare per molteplici fattori: innanzitutto per la capacità dell’autore di descrivere, far vivere o rivivere emozioni allo stato puro; per il fatto che il calcio, anche scritto, raccontato o immaginato, conserva il suo potere ludico-emotivo, in grado di coinvolgerci e farci immedesimare; infine, un rigore così non si è mai visto, né letto!

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Donne che sognano: Dolce riflessione, un mio racconto

Dolce riflessione

 

Isabella se ne stava seduta sulla panchina, indispettita dal mondo intero. A scuola aveva ricevuto l’ennesimo brutto voto e rischiava di perdere l’anno.

Ma il rischio che più la tormentava era quello di perdere la propria famiglia. I suoi non facevano che litigare, si tradivano, e ne era certa, non avrebbero retto a lungo. Ben presto avrebbero divorziato. E lei? Lei era troppo giovane per essere sposata, ma aveva già alle spalle qualche storia andata male. I suoi diari erano pieni di frasi di rivolta, alternati a poesie mielose e cuori e teschi. Quando affermava qualcosa sul suo stato d’animo, tutti le facevano notare che in fondo aveva solo 17 anni, quindi che ne poteva sapere della sofferenza e della tristezza?

Non doveva fare i conti con un lavoro stressante né con la responsabilità di dover mantenere una famiglia. Doveva solo pensare a vestirsi bene, truccarsi in modo pesante, essere alla moda, fare gli occhi dolci ai ragazzi più grandi, ascoltare musica con l’mp3 e, magari, sognare ogni tanto.

Ma cosa avrebbe voluto fare da grande? Alle volte ci pensava. Le sarebbe piaciuto restare lì su quella panchina anche da adulta. Assaporare ogni giorno un pasticciotto stando semplicemente col sedere sul sedile ferroso e un po’ arrugginito. Sentire la crema invadere la bocca e non pensare ad altro, se non a gustare al meglio il dolce prelibato e tradizionale della sua terra, il Salento. E poi riflettere sulle parole della nonna, che da qualche mese non c’era più e alla quale era stata molto legata.

Quando i suoi erano a lavoro, passava ore ed ore con la nonna materna, parlando del più e del meno, e gustando il dolce magico, ovvero il pasticciotto, come lo chiamava sua nonna.

Faceva i capricci? Ecco che spuntava il dolce portentoso e si rimetteva tutto a posto. Si sentiva triste? Beh, la tristezza volava via già al solo vedere la nonna che attraversava la strada per andare a comprarle le paste, ossia pasticciotti e altre dolci prelibatezze, al piccolo bar di fronte casa.

Tra i vari ricordi, mentre era seduta su quella panchina, pensava costantemente alla possibile, ma  forse alquanto improbabile, magia del dolce in questione. In quel momento, e in tanti altri, ne avrebbe avuto bisogno. Un po’ come in tutti quei pomeriggi dopo scuola: si sedeva sempre alla “sua” panchina, come se l’avesse prenotata e la gente lo sapesse, dato che la trovava sempre, o quasi, libera, tutta per lei. Nei tiepidi pomeriggi di maggio cercava le risposte ai piccoli grandi tormenti della sua giovane età. Maggio era il suo mese preferito: la scuola stava per finire, le giornate cominciavano ad apparire più lunghe e luminose e fare serene passeggiate per la città era così piacevole!

Tra piazze, chiese, vicoli e palazzi baciati dal sole e dalla pietra leccese, e tra fontane, archi, facciate dalle forme barocche, pronte a catturare ad abbracci o a morsi i passanti, lei pensava. Bene o male, non le importava. Pensava ed era la cosa che le riusciva meglio. Ciò le permise di giungere a una conclusione: da grande avrebbe fatto la pensatrice. Chissà, da qualche parte nel mondo, una professione del genere poteva anche esistere per davvero. Avrebbe dovuto solo fare i conti con la nostalgia del pasticciotto, della pizzica, dei suoni e dei colori che invadevano le strade di quello che era il suo habitat naturale e, qualche volta, il suo cuore.

 

 

 

 

Mini-racconti: Fiocchi di lacrime

Un mio breve racconto: Fiocchi di lacrime

 

La neve cadeva e Matilde si asciugava le lacrime che, come i fiocchi, scendevano giù. Quell’anno non aveva avuto nulla di buono. Il lavoro era svanito e allo stesso modo era venuta meno la sua storia d’amore. A pensarci bene, Matilde ora non poteva più definirla tale.

Simone l’aveva tradita, presa in giro, sino a quando lei, ormai troppo stanca e delusa, aveva deciso di farla finita.

Non aveva alcun senso continuare così, tra bugie, risentimento e rancore.

Si stavano rovinando a vicenda e lei non intendeva trascorrere neppure un altro giorno in quella totale rovina. Eppure adesso gli mancava la loro storia e il loro stare insieme.

Forse erano le feste di fine anno a farla sentire malinconia e nostalgica. Era colpa dell’albero luccicante, dei doni ai suoi piedi, del freddo, degli auguri, dei brindisi. E anche della neve che, ignara e senza pensieri per la testa, fioccava nel suo più lucente candore, facendo apparire ogni singola cosa buona e magica.

Sarebbe stato bello uscire fuori, fare un pupazzo, giocare a lanciarsi palle di neve, ridere e divertirsi. Ma che gusto c’era a farlo da sola? Decise, con una timida promessa, che le feste future sarebbero state diverse. E al diavolo le delusioni. Si rivide bambina, nel suo vestito rosso, a scartare regali e a sperare di incontrare un giorno Babbo Natale. Si rivide allegra, spensierata, con l’umore giusto. Che bei tempi! Allora scendevano giù solo i fiocchi, le lacrime non esistevano. Avrebbero fatto bene a scomparire pure nel presente, sin da subito, per tentare di mantenere la promessa con la faccia asciutta e pulita.

 

 

 

 

Un mio racconto – Vino e versi

Ciao 🙂

col racconto VINO E VERSI ho partecipato alla 7a edizione del Premio Eno-Letterario Santa Margherita.

Non ho vinto ma…pazienza!

Vi va di leggerlo? Eccolo:

Vino e versi

Attraverso il rosso fiammante nel calice, la guardava. Capelli lunghi, grandi orecchini scintillanti sotto le lanterne del ristorante all’aperto. Ogni tanto infastidita da qualche zanzara affamata e insistente. Ogni tanto distratta dai suoi pensieri, certamente più numerosi delle gocce di zampillante vino bianco presente nel suo bicchiere, desideroso di accompagnare il secondo di pesce che la giovane aveva ordinato.

Era in compagnia di un uomo, ma pareva sola. Anzi, era insieme ai prodotti della sua mente, ma a cosa pensava? Forse al fatto di volersi trovare altrove?

Intanto lui, il ragazzo appassionato di vino rosso, la osservava a distanza di diversi metri. Lui sì che era solo, fisicamente e con l’anima. Ma fortunatamente, nonostante il suo solito troppo pensare, quella sera l’unico pensiero era sapere qualcosa su quella ragazza, magari carpendo qualche informazione dai suoi movimenti, dal modo in cui beveva e mangiava.

Era appassionata di vino come lui? Probabilmente sì, ma dirlo con certezza gli era impossibile. In fondo sorseggiare un calice di vino non implicava un amore incondizionato per la bevanda in questione.

E quell’uomo chi era? Suo marito o il suo fidanzato? Pareva ci fosse una certa differenza di età tra loro, ma ancora maggiore era la distanza di pensiero. Ne era certo: non si parlavano, non si guardavano  e tantomeno si sorridevano. L’unica compagnia era quella del cibo e del vino. Ciò bastava a scaldarle il cuore? Nel suo caso alle volte bastava. Si trovava a viaggiare tanto per lavoro, da solo, a dormire in hotel, qualche volta in banale e superficiale compagnia di letto, che il giorno dopo era pressoché un vago ricordo, proprio come il giaciglio disfatto.

Una relazione seria non l’aveva con una donna, bensì col suo lavoro. Glielo dicevano tutti. Tuttavia, non se ne turbava, era giovane, amava vivere così, in attesa di incontrare quella giusta.

E se fosse la ragazza seduta lì quella giusta? La parte mancante della sua vita vacillante e ancora tutta da definire? Che sciocco pensare a questo. Gli bastava vedere una bella donna imbronciata, davanti a un calice di vino bianco per viaggiare in tal modo con la fantasia?

Di immaginazione ne aveva eccome. Anche questo glielo dicevano tutti. Da sempre lo esortavano a scrivere un romanzo fantasioso, perché aveva tutte le carte in regola per farlo. Ma a lui piaceva la poesia, più che la prosa e, inaspettatamente, prese la sua piccola agenda dalla tasca dei jeans. Impugnò la minuscola matita in essa incorporata e iniziò a centellinare versi. Mente scriveva restò stupito lui stesso da quell’impulso irrefrenabile di scrivere e poetare. Gli capitava di scrivere in luoghi improbabili e di essere colto da improvvisa ispirazione, ma non in quel modo. Non era in grado di fermarsi, doveva necessariamente versare ogni goccia di emozione sul foglio candido e, fino a poco prima, immacolato. Che gioia e che sollievo. Mandò giù l’ultimo sorso di rosso e completò la sua poesia. Si volse e guardò in direzione della giovane che, evidentemente, lo aveva ispirato senza neppure sospettarlo. Lei non c’era più e, a causa della sua riconosciuta fervida immaginazione, ipotizzò di averla solo vista nella sua mente. Ma poco gli importava. La poesia c’era, almeno quella era reale e viva tra le pagine di quel piccolo mondo di pensieri impropriamente chiamato agenda. Poteva essere la fine di una serata d’estate, l’inizio di una ritrovata e autentica ispirazione, o ancora l’input di un romanzo. Lo dicevano tutti, anche il vino. Ecco, si sarebbe potuto intitolare proprio così.